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NUOVO INIZIO

INDICE




Allora comincerò con un altro disegno,
un’altra carta, ancora una leggenda
Franco Fortini
Il custode, 1989



I PARTE – LO SPETTACOLO DELLA FINE

Intro!

I.
Nella capsula, l’aria viziata
non era ancora stata incanalata
nel tubo di espulsione.
Guardavo in apprensione
eppure con distacco
l’acqua intoccabile dopo
che l’ultimo strato si era dissolto.
Fuori dalla piccola sfera
non avrei sopportato l’aria
se non per qualche ora.
Due o tre, secondo i dati acquisiti
alla console. L’acidità dell’atmosfera
era visibile all’orizzonte; la nebulosa
gialla copriva metà della visuale
e gradualmente la prospettiva
si restringeva, diminuiva l’opacità.

Un senso di spossatezza accompagnava
la curiosità di vedere ogni evento –
solo con la giusta attenzione
avrei avuto la possibilità
di ricostruire i particolari
nella memoria. Dal vivo,
per così dire, senza il filtro
dello schermo se avessi registrato.
Mi addormentai comunque. Al risveglio,
dopo qualche ora, potei constatare
che l’evento era ancora in corso.
Mi feci ricadere sul letto rigido
posto dietro la console, come
in ogni capsula, e provai a ricordare
l’origine dei fatti.

II.
Nell’organizzare i ricordi ho sempre
avvertito un disagio. È improbabile
ricostruire in maniera lineare le vicende.
La mia condizione di spettatore
e reinterprete è già introiettata –
per questo si riproduce all’esterno –
perché devo provare a guardare dentro
me stesso senza alcun orientamento.
Mi sono sempre chiesto da cosa dipenda
la selezione dei ricordi: perché la coscienza
setaccia proprio alcuni punti della mente
e qual è il senso di questa necessità di ripristino?
A parte la retorica del perdersi e del ritrovarsi,
a rendersi indispensabile è l’affioramento:
brani di vicende, brandelli di esperienze
riemergono e producono una scissione.
Dal trauma della propria estraneità,
accettandola incondizionatamente,
scaturisce il ricordo. Una specie di resa
all’alienazione perpetua il racconto,
più le condizioni sono critiche,
più ce la raccontiamo e, soli,
abbiamo sempre più bisogno
che il vissuto sgorghi dal corpo,
senza filtri se non lo stesso corpo,
per fingere l’irradiazione di una veridicità
che ha già trovato, nell’attimo dell’emersione,
la sua interpretazione.

A parte che la minaccia della catastrofe
è stata per millenni un alibi collettivo,
un ruscello trasformato in un fiume complesso
che con grazia ed eleganza, ma anche con violenza
e malizia, ha caratterizzato la presenza
come contraltare della paura della scomparsa,
quel che riesco a ricordare nasce dalla minaccia
persistente della nostra inutilità e della fine.
L’origine dei miei ricordi, allora, dipende dall’avvento
della fine, quindi non posso non soffermarmi
e pensare i momenti da cui si sviluppa questa coscienza.

III.
L’energia quotidiana richiesta dal mondo
per produrre tutti i movimenti
che occorrono alle esigenze dell’uomo, ecc.
Questo è il modo di vivere primario
nei miei ricordi. L’esperienza
dozzinale racchiusa in poche parole:
“borghese”, “bigotti”, “Freud”,
“Nietzsche”, “Kafka” e il sospetto
che un comunismo d’accatto
ricevesse i suoi concetti come un’eco,
in basso, nel margine, in provincia
arrivavano frammenti residuali di Sessantotto.
Pasolini era “buono” se ti sentivi carino
e volevi fare i film, ecc. In quella
provincia italica che aspirava a riscattarsi
con sogni dozzinali, quindici
minuti di celebrità, ecc. mentre l’ossessione
energetica montava in sordina,
in una dimensione lontana, attutita,
impercettibile. Molte menti, riunite
a far girare l’economia dei paesi
industrializzati e poi terziarizzati,
hanno affrontato l’opera che produce opera,
hanno riciclato vari cicli di energia
fino a trovarsi bloccate nell’impasse
di una produzione infinita che richiede
la non finitezza delle risorse. La paura
di disastri ambientali non ha fermato
il ciclo del consumo in ogni aspetto
della vita e la vita stessa dimenticata
come la paura nell’assenza di futuro.
Il riflusso è l’opposto della stessa vita,
il punto focale, la prospettiva intima
del consumo è consumo assoluto,
l’attrito che sfuma fino al distacco
di ogni aderenza, fino alla fine.
L’occidente ha scritto nel suo nome
il tramonto costante, l’esubero
trascendente la stessa scomparsa.
È crisi un altro nome dell’assoluto,
la tendenza a lasciare la soglia
come la realizzazione di un distanziamento
che rifondi la trama nella fine
dell’ultimo oriente, con la fine
di ogni inizio.

IV.
Un ottantanove infinito, un ottantotto…
il nastro girava sulla stessa scena:
Ben Johnson batteva Carl Lewis,
Carl Lewis battuto da una bomba
mai esplosa. No, occorre osservare
bene, ricominciare (dalla console
nella mia capsula): Ben Johnson
abbatte il record del mondo,
la creazione dell’uomo supera l’uomo,
lo spirito olimpico è in esubero, lo spirito.
Giunge al tracollo lo spirito.
La realtà dice di polizie scientifiche
e di controlli scientifici e risultati scientifici, ecc.
Osservo lo scatto della scienza,
lo sprint della chimica, l’impatto organico
sulla linea della sostanza, sull’organon
risonante di tempo che sposta il traguardo
e lo oltrepassa. Il corpo sacro dello sport
è superato, nasceranno altri fenomeni
come fulmini e ultimi scenari
della storia. La storia della fine
inaugurata dal figlio della sfortuna
a discapito del figlio del vento,
con un’audacia che rende merito all’assenza,
all’adattamento, alla selezione
innaturale dei nuovi vincitori.




V.

Il razionalismo funzionale del Ventennio
mascherava nella proporzione e nell’idea
monumentale di un ordine superiore
la fragilità del regime, ecc.
Ma le linee incise, la semplificazione
totale sembrava risucchiare l’uomo
per imprigionarlo nelle griglie del potere.
La propensione utopica all’esigenza
di ritorno alla ragione, nel primo
dopoguerra, è la trama di un fantasy –
lo dico dall’altezza del mio tempo,
chiuso nella capsula, collegato
a una console grazie alla quale posso
incrociare le mie notizie preferite
da nessun luogo e comporre
una teoria di associazioni mentre attendo
lo spettacolo della scomparsa.
Mi piace, infatti, pensare al mondo
come una Bauahus infinita, cioè la fase
parossistica di un pensiero sognante
e romantico, come se una società
allo sbando perdesse ogni orientamento
e il senso della vita in comune
si rifugiasse nel cuore dell’individuo,
nel desiderio della mera sussistenza.
Nel fantasy che tengo sempre d’occhio
non esistono colpi di scena, nessun
autore è artefice, non c’è suspense
e neppure sorpresa. È solo attesa
della prossima magia dentro una trama
plausibile, non proprio mimetica
ma abbastanza credibile. La proiezione
di immagini possibili rende cieca
ogni dialettica tra realtà e finzione.
Tutto quanto è già avvenuto
nel corso del secolo scorso
e mentre aspettiamo la fine
controllo il riverbero perenne,
dimenticando il fatto che,
in quanto soggetto, io sia immerso
in un sistema.

VI.
Lontano dalla regola era il sistema
che si nutriva di se stesso. Quale idiota,
sull’orlo del disastro, non lascerebbe
cadere il proprio corpo sulla superficie
riflettente dell’unica via di fuga?
Ma l’unica via di fuga, proprio in quanto
schermo riflettente, è un cunicolo
collegato a un cunicolo, ecc. che conduce
sull’orlo del disastro – almeno a detta
dello spettatore che ne ha fatto esperienza.
Ma l’esperienza è un fantasy, ecco perché
non fuggo dalla capsula e osservo con distacco
il disastro, dentro un cunicolo che ritengo estremo
ed ha la forma di questa capsula, della lettera
con cui la mia presenza inizia a distaccarsi
e si slancia nella sua compiuta perdizione.

VII.
«È spaventoso pensare che mio papà impugnasse gli elettrodi per la tortura con le stesse mani con cui mi accarezzava», racconta Analía, 34 anni, figlia di Eduardo Kalinec. Per tutti era Dottor K, uno dei più feroci aguzzini, condannato all’ergastolo nel 2010. «All’inizio non sapevo, poi non volevo vedere, alla fine ho aperto gli occhi», spiega Analía.

Questo era su Dagospia del primo dicembre duemiladiciassette ed era un rimbalzo da un articolo di Filippo Femia per “La Stampa”.

Il rimbalzo conta e il fatto che resti oltre lo scandalo
la notizia e le associazioni suscitate, i fantasmi del tempo –
dell’Argentina il velo biancoceleste –
non esiste altra storia se non quella di un individuo
e la quantità di informazioni incamerate.
Dottor K, mi fa pensare a mosche e scarafaggi, scarti
reietti, eppure lui ha nome e soprannome, e gli elettrizzati?
I morti affogati e imbottiti di Pentothal (altro nome
della morte buona e pietosa) e lanciati – pesi morti – e schiantati
e disidentificati e sparpagliati e discomparsi e mancanti e anestetizzati, ecc.
Tutto gestibile ancora meglio dalla console, perché è accaduto
e ho ancora un po’ di tempo per fare le mie ricerche, aspettare
e guardare e leggere e informarmi e incamerare e quantificare
e potenziarmi, e lavorare su nuovi aggettivi, ecc.
È spaventoso pensare che il corpo svelato sia così puro e tenero
e abbia una chimica così complessa, un’emivita così prolungata…
raddoppiata e dimezzata tendente al vegetale – la forma di vita perfetta.
Alba celeste che non sorgerai più come la videro gli scomparsi di allora
o i calciatori e gli insetti, alba che finisci in un tempo che vuole
rinnovarsi e perpetuarsi in altri cicli, alba naturaleinnaturale, darwiniana
e rituale, alba che induci al canto meccanico ogni essere digitale
prima di comprendere e neutralizzare anche la scomparsa.

VIII.
Mi sveglio sempre come in quell’immagine
una volta celebre di Vertigo, immerso
nella luce verde, nel riflesso alienante
spiazzato dall’ombra lunga che l’azione
umana ha proiettato per lungo tempo.
Prima del contatto, nel desiderio,
col feticcio costruito per destinarsi
alla dissolvenza, la finzione
amoreggiava col reale e l’eccesso.
Lo avvertivo e dovevo smorzarne la potenza,
contenerlo nello spazio minimo
della mia solitudine. Infatti
sullo schermo appaiono ancora oggi,
ogni mattina, dopo l’alba verde,
telefilm di famiglie sorridenti per relazioni
che bastano a se stesse e risollevano
lo spettatore da un quotidiano semiserio.
Un senso di colpa più alienante
della luce verde mi dirige
alla ricerca di altre immagini,
di famiglie esplose in aeroporti
o metro, di corpi scarnificati a un soffio
dalla disintegrazione. La mia capsula
non può tornare indietro nel tempo,
è evidente, credo, per questo coordino
dalla console il peggio che l’uomo del benessere
ha prodotto, i suoi scarti, i consensi
superficiali, i corpi noiosi della gloria,
gli scheletri e i ventri estroflessi,
la riproduzione spettrale della materia
ripresa ed esposta a un compenso
che riproduce nell’ozio gli incubi
dell’essere di pienezza estinto.

IX.
Sul cibo: non c’è che dire, l’evoluzione
dei pasti andrebbe studiata anche se il risultato
sarebbe sempre lo stesso, quello di ritrovarsi
in viaggio intorno alla prima tavola calda
di solitinsoliti fast-food. Caldo e veloce
il coito che risponde alle nostre
esigenze giovani di nutrimento, e rampanti.
Eppure ci sono ricerche, ricette e programmi
che riempiono gli occhi e la morte
di un’arte che tenta di sfuggire alla serialità.
La culinaria è la noia dei siparietti e dei rutti sociali
di piccoli-grandi cuochi alle prese con ingredienti
e palati plateali. Mentre lo spettatore s’illude
che l’acqua bolla distogliendo l’occhio, impiegando
il tempo che gli resta nel solito circuito del nulla
fino al prossimo pasto, non riesce neanche a pensare
che più della ricetta sarebbe stato il racconto
dello stare insieme il desinare.

Gli spaghetti di Luigi sanno di cimice.

X.
La fine e poi com’è giusto un mondo caduto
un mondo caduto dov’è giusta la fine
che corre come un’elica all’intero
e s’appiccica per rivelare il senso
il senso che fugge e fugge…
La fine che è giunta ha raggiunto la fine
la fine di sé che tocca la vita
la vita che tocca perché è il sentire
il sentire che sente la sua assenza…

E così via, perché così sembrerebbe, ecc.
Eppure occorre riconsiderare la trasmissione, la tradizione, i numeri che si ripetono, la violenza che si ripete nelle situazioni meno controllate, a ogni angolo, ecc.
Eppure è di quel controllo che si sente il bisogno, di un controllo che argina la pena e la paura e diventa trasmissibile attraverso il nostro apparato di schermi.
Non occorre dirlo, ma la spirale alfabetica dei nostri geni è una cordata di caselle sostituibili in funzione di un miglioramento indirizzato al controllo – ma a ben vedere fu la sussistenza a condurci ai vicoli ciechi e alle scappatoie, ai muri e ai cunicoli, agli orizzonti e alle tane.
I geni, le stelle, i raid, le terre e le menti e gli schermi e i corpi, ecc.
Amo gli angoli remoti della trasformazione, ne osservo i particolari con distacco, perché sono un organo interno al sistema, ecc.
Eppure ho un dubbio, come se il massimo del distacco fosse abbandonare il distacco per aggrapparsi a un altro versante, sconosciuto e fatto di altri orizzonti: guardare con occhi arresi altri occhi arresi e riconoscersi solo a distanze siderali.

XI.
La fine si raggiunge calcolando la sospensione accumulata.
Il problema della noia ha a che fare con la dimenticanza.
La tensione è nell’attesa, nel ricordare l’evenienza della fine. Detto in altri termini: più si considera la propria scomparsa, più si crea il pathos della relazione.
La morte non è altro che la tensione che concede la vitalità della relazione. Se l’approccio alla morte perde tensione, la stessa morte è interscambiabile con la vita, e la noia è il risultato di questa commutabilità – la noia, il pessimismo nichilista che ci avvolge da diversi decenni.

Nell’occhio ironico la svista
che aggiunge alla deriva
la capacità di agire. È il lavoro
fatto al meglio, è stordimento
quest’opera assidua sull’opera
(e un modo di segmentare il tempo, di annullarlo, dominarlo nel gioco magico dell’assenza)
questo ripetere lontano dai paesaggi, dentro i paesaggi
gli spostamenti del segno – parola, immagine, ecc. –
questo ripetere i riflessi e il mondo
per considerare lo stupore nella ripetizione che riproduce una tensione.
Fino a raggiungere – nell’illusione – l’intimità della pelle
vicina come il cuore di una cellula sostituibile.
Si chiudeva l’epoca e i giorni, ecc.
Non è una speranza tragica la fine, ma scorre
in un dialogo fittizio e un po’ formale, accattivante
nelle piccole stereotipie del quotidiano, ecc.
La fine è messa a fuoco se ci si sofferma sulle immagini
e si scorge finalmente il salto del mostro
nel lago che sprofonda.

Io sto qui in attesa del salto, guardando con tutti gli occhi che ho a disposizione, per distrarmi dal vero e ricollocarlo come un passatempo – un po’ magia, un po’ custodia, un po’ testimonianza – per stordire la noia della fine.

XII.
Qualcuno tentò di trovare tra i capricci della storia
la chiave di volta dell’enigma.
Qualcuno giunse alla conclusione che il mistero
affondasse le sue radici in se stesso,
in una dispersione infinita per cui non occorreva
sprecare ulteriori energie. Questo condusse –
e lo dico dall’alto, dalla posizione privilegiata
di spettatore unico e attivo – come tutti –
della fine – alla fine di ogni ricerca.
Senza veli da svelare la nudità divenne trasparenza,
non mistero, questo è ovvio, come la capacità
di guadagnare consenso e capitale da reinvestire
nel consumo di ciò che ci pare. Pareva,
perché sull’orlo della fine apparve etico
lasciarsi andare, ecc.

L’orlo della notte è scucito
e qualcuno sfila la trama
del sentire perché l’altro
non è me, mi è ignoto,
scomposto nella sua dimensione,
sempre più notturna,
penetrata dal precipizio.

Si lascia penetrare dal precipizio l’orlo
di questa notte che espone al suo mistero
la chiarezza innaturale, ecc.

La lingua che prova a parlarmi è la striscia lacunosa, ecc.

Non finiva il racconto, si trascinava fino al prossimo tracciato, soglia, ecc.
Non trovo nulla d’imitabile come le buone competenze
etiche dalle quali imparare lo sguardo o la voce
che dice di non essere d’accordo. Lasciare
intravedere un cedimento nelle proprie convinzioni
e aumentare lo spazio, lasciare spazio a un ospite che terrorizza, ecc.
Sono queste paure a pietrificare il racconto: ammiccando al pubblico lo fece
cadere in una trappola virale. La sua visione era un reticolato
che tentava di bloccare l’altro perennemente in fuga, ecc.
– Nessuno mi vuole, si diceva, fino a renderlo reale, costruendo la propria verità sulla solitudine e una paura infantile mai superata.

L’altro è una nuova invenzione e uno sforzo; la sua presenza è sforzo di accettazione, rappresentazione di un limite per cui è messa in gioco la nostra presenza, quella che incontra e distanzia l’io e il tu, e sogna con pudore o violenza un noi, concretando una solitudine ricca di presenza, ecc.
– Non occorre un’invenzione assoluta,
svincolata dal già stato?
– E dall’evento?
– Eccomi, arrivo!

Fu la voce dallo schermo della console a interrompere il monologo in cui spesso mi perdo, perché l’attesa è lunga – spero sempre in un evento improvviso, ecc. Poi, ripenso al tempo filtrato attraverso i miei strumenti: il cervello è un verme ripiegato su se stesso, ecc. Basterebbe questa didascalia, in sovrimpressione perenne, mentre scorrono le immagini della nostra vita, per riassumerla, e invece mi lascio incuriosire da un documentario:

Dopo ho sempre voglia di andare all’Ikea: ricordo vitalistico dell’automatismo uniforme concettualizzato un tempo. Sì, perché era un’attrazione anche il percorso segnato e calpestato da chissà quante persone (e quali? e quante volte?), quasi la sensazione astratta di essere parte di una collettività in cammino, in un luogo recintato e indirizzato. Immagino di vedermi dall’alto mentre percorro il sentiero di frecce e reparti, mentre m’imbosco in una stanza ammobiliata piena d’anfratti artificiali che simulano una nuova avventura, mentre, affacciandomi da uno dei balconi per fumatori, gusto un panorama di parcheggi apparentemente ripetitivi, in realtà punteggiati da macchine sempre diverse, le cui posizioni mutevoli e gli spostamenti formavano il raccordo con un movimento più grande di me. Collettivo, appunto, e tramato di particolari, ogni passo era un desiderio infranto o realizzato nel microtempo di una connessione sinaptica; passi in un labirinto pre-indirizzato che ne capovolge il senso e stimola i movimenti classici della fuoriuscita, la soluzione dell’enigma già tracciata e mappata senza neanche bisogno di indizi o sovrastrutture (mappe, cartine, ingegno in funzione della soluzione, ecc.), perché già implicati nel percorso. Testo reale che si riavvolge su se stesso, realtà e finzione che si abbracciano in un nuovo percorso, ecc.
E dall’alto fingo ancora di vedermi, immerso nel sistema ma ormai distanziato dal mio sentire, e penso a magnifici sette extragalattici e, per questo, troppo distanti, penso al miraggio che si avvicina e scompare raggiunto il colmo dell’aderenza, un crescendo continuo, un esperimento a spirale che ripete ascese e cadute, entrate e uscite, ecc.

Salivamo e sentivamo l’emozione dell’ignoto. Rientrare dopo il viaggio era il risultato di una pienezza d’esperienza che andava raccontata per, il giorno dopo, ricominciare a cercare, riempire l’ignoto.
I passi erano sempre il ritmo dell’esistenza, in alcuni casi la necessità di un orientamento era plausibile, in altri a essere necessaria era la sensazione di smarrimento definitivo, io intanto guardavo gli alberi strani e i piccoli arbusti senza nome, strumenti potenziali che il paesaggio offriva (prima o oltre ogni organizzazione sociale, il regno della natura, la prima sovrastruttura?) al nostro attraversamento fino a un edificio del passato, un fortino spagnolo, un’astronave misteriosa circondata da scheletri caprini, i resti infetti di violenze aliene. Noi li osservavamo come indizi di un mistero senza conclusione, se non nelle nostre fantasie. Non sapevamo di indirizzarci dentro di esse e infine terminare. I miei desideri si riempivano di contatti, di odori e pelle, di anfratti molecolari che davano una curvatura radiosa al corpo. Non sapevo dei rischi che incombevano e che avrebbero spento questi slanci apparentemente sorgivi. Il grande riflesso dell’orizzonte, nelle notti dell’infanzia, nei labirinti della crescita, era la direzione di uno schianto. Il crescendo nella mia testa, dall’infanzia febbricitante e dalla gioventù immersa nei suoi squilibri, mi spingeva alla perdita d’identità, al commercio umano, al mondo e alla sua nemesi.

XIII.
«C’è un quadro di Klee che s’intitola…», scorrevano gli occhi su queste parole di Benjamin – un tizio marginale nel grande spettacolo della fine – e mi vengono in mente progetti per settimane bianche all’insegna di escursioni, avventure al freddo e grandi abbuffate in vecchi masi o baite. L’antico nordeuropa splendente nella cartoline documentarie rintracciabili alla console – proprio ora sto “guardando”

e

– e spiagge immaginifiche, potenti nella luce crepuscolare delle alte latitudini.
Ma la montagna per me sarà sempre irraggiungibile, per la vertigine dell’altezza che mi fa vivere al riparo, aspirando al surrogato dell’altezza.
Le relazioni come necessità biologiche trasformano l’organismo e l’opera in un manifesto di mutamenti, per questo ho scelto di osservare e scoprire che la paura possiede le sue formule di produzione. Noi artefici di noi stessi, come in un grande laboratorio globale. Le nostre prestazioni potrebbero incrociarsi, ecc. I nostri corpi meno; ma l’opera non è un corpo lanciato nel futuro? Il messaggio che ci ricorda della scomparsa e della presenza mentre, distratto dalle macerie e dai rifiuti accumulati, sto costruendo il sentiero della mia prossima escursione esotica.

XIV.
Verso sera, al tramonto, mentre
la luce aranciata si mescolava
allo strato fuligginoso dell’atmosfera
e ombre giallastre s’imponevano
nello spazio come aureole di luce
lunare, alla console suonava
un video anni Ottanta di Fiordaliso.

La nota accattivante del paesaggio
risiede nel contrasto tra l’assenza
e il desiderio: tu non ci sei
anche se sei presente
e io ti urlo contro, anche in absentia,
che desidero fare l’amore con te.
Prendermi il tempo per creare, nell’ozio,
il tempo della relazione che annulla
ogni scansione.
Poi, la vita ricominciava a battere
l’altro desiderio, l’allontanamento
definitivo da te. Ora, sono fuori
dal panorama, nel riflesso dimensionale
di un vetro, appoggiato a una balaustra
a guardare, attraverso il vetro,
la luna, la sua faccia di rena sbiancata,
il pallore della tua distanza
attendendo la prossima tempesta
canticchiando di quel che non voglio,
osservandolo.

XV.
Sviluppare un tema nel dettaglio con tutta l’arte possibile e talvolta in modo labirintico. Senza un progetto l’amplificatio parte da un punto e lo riempie di senso attraverso il segno, ecc. Per passare il tempo, imparavo tutto dal maestro del criterio dell’amplificazione. Nel Trittico delle delizie si sviluppa un mondo nell’acqua e nella circolazione simbolica di un percorso allo stesso tempo progressivo e infinito.

L’acqua, che scorre verso la fine dei tempi, al suo esaurimento, si dissolverà nell’aria per essere riprodotta dalle nuove macchine. L’acqua del tempo annullato che riprodurrà il tempo. L’acqua, risorsa immane che moltiplica la vita, non ha nulla di vitalistico, è un oggetto inerte in balia dei movimenti e del senso a essa imponibile.
Nel Trittico è uno sviluppo digradante della liquidità (mi verrebbe da dire amniotica) dove tutto può nascere (vedi pannello esterno), per deperire nel cammino dell’esistenza, ecc.

L’impatto etico di ogni gesto è secondario rispetto alla tecnica del riempimento: ogni particolare va rintracciato e indagato nel contesto delle forme e, finalmente, per esubero, può essere riempito l’otium.
Anche supponendo che l’opera non abbia senso in quanto unicum, l’accozzaglia di frammenti vela una motivazione: l’artefice, in ogni elaborazione, risponde a un consenso virtuale, a una pulsione intima e necessaria di trasformazione del percepibile. Per questo è sempre in gioco la virtualità del reale, che si vuole effettivo attraverso un percorso di conoscenza.
Riguardo il Trittico e scrivo queste parole per riempire l’ozio dell’attesa.

XVI.
Disgregazione. Cielo. Silenzio e un’atmosfera
ondeggiante dalle cui curve sembrava
sgorgare una rugiada esiziale,
un baluginare costante che sfiorava
ogni superficie. Per la prima volta
fui consapevole della brevità del tempo.
Restavo incollato per ore allo schermo
cercando di ricostruire ricordi,
intercettare scene, compiere indagini
per rendere plausibile l’incontro
tra passato presente e futuro, ecc.
Come collima il mio essere qui ora
con gli eventi del prima?
Restavo sveglio, continuavo a calcolare
il mio tempo, nonostante percepissi
che tutta quell’ostinazione
non avesse senso. La sensazione sorgiva
di una totalità che andava frantumandosi
risucchiata in un’enorme spirale;
la dimensione speculare che potesse
aprire un mondo nuovo, vivificato
da un senso di pienezza che solo
l’infanzia sa dare. E invece stiamo
sulla curva che vira al non-senso,
alla scomparsa della coscienza
in un esubero di coscienza,
al collasso del sentire e all’annichilimento,
all’indistinzione e alla totalizzazione
del frammento. Nel conto alla rovescia
si lasciò scivolare sul letto e fu colpito
da una sfera di luce giallina
che emanava dall’atmosfera,
mancavano pochi minuti al tramonto.

XVII.

Nel racconto Dalla veranda (The Overloaded Man, 1962) Ballard presenta un protagonista, Faulkner, che sta «diventando matto a poco a poco».
La sua “follia” consisterebbe nella ricerca metodica di una fuoriuscita, realizzabile attraverso la scomparsa della percezione come in un’esperienza allucinogena («l’effetto era simile a quello della mescalina e di altri allucinogeni»), dal mondo.
Non è un caso che il protagonista di Ballard si chiami Faulkner, infatti lo stesso sembra un Compson (Benjy) in fuga dal tempo “industriale” e dalla ripetitività delle forme.
Una fuga che avviene dal cunicolo della percezione ed è scomparsa, dissoluzione di un reale opprimente che non risparmia il soggetto («Potrei arrivare a uscire dal tempo»; «Non puoi chiudere gli occhi di fronte al mondo. La relazione soggetto-oggetto non è così antitetica come potrebbe far pensare il “Cogito ergo sum” di Cartesio. A ogni svalutazione che fai del mondo esterno, corrisponde una svalutazione di te stesso»).
Ma l’autodistruzione risiede nel rifiuto di un ordinamento. Così, il Faulkner di Ballard è un altro signor K della storia letteraria che – un po’ come il Torrance di Kubrik ma non di King – nella sua dissoluzione, portata a termine con gli strumenti stessi della tortura (razionalismo e struttura), punisce un sistema oppressivo e uniformante – ad infinitum.
Si può ricostruire la genealogia della fine e della nostalgia inerenti l’argomento: Joyce, Kafka, Faulkner, Ballard come figli moderni di un ultimo Romanticismo, ecc.
Lo dico dalla solitudine della mia capsula e dal sentire comune che ci vuole liberi di immaginare, finalmente, nella nostra solitudine.

P. S. La fine non sembra arrivare.

XVIII.
C’è una scena nel film Il deserto rosso in cui un’attrice, Monica Vitti, abbastanza nota un tempo in Italia, si spinge sul bordo di un molo con l’automobile. E un’altra, in cui la stessa attrice e il coprotagonista, Richard Harris, sono nel corridoio di un albergo. I corpi in uno spazio prospettico sembrano figure secondarie e, infatti, fragile e banale è la vita dei due esseri umani nel film.

Le immani onde rosse che il tramonto
diffonde, colpiscono la capsula e i miei occhi.
Non sempre riesco a sostenere la vista
e preferisco intrufolarmi nel cuore piccolo
dello scafo a scribacchiare un messaggio,
un richiamo al mondo istantaneo e leggero,
oppure l’immagine di paesaggi multicolore
da far vedere agli altri aspettando
un consenso fugace. Ma il disco
di luce andava diminuendo nel riflesso
sullo schermo, fino a spegnersi
completamente, come ogni esigenza
di contatto che la luce precedente
con la sua imponenza aveva riattivato.

XIX.
Ma fu l’immaginazione a seppellire
l’evidenza delle vicende accadute.
Dentro tubi e venature metalliche
si formavano i pensieri, suscitati
dai ricordi e da un indistinto desiderio
di protezione.
Tornai alla console e scorsi la frase «l’autodistruzione è lo scopo più intimo, più sublime dell’arte» balenare da un’immagine del passato. Dopo averla letta parecchie volte per fissarne il senso, pensai a:

Elephant un film di prima della fine, di prima, prima ancora che il sospetto della fine potesse far capolino nel mondo, nelle vicende. Eppure nel film un mondo sommerso chiede di emergere dalle onde seriali che scandiscono i giorni, ma non per investirci e scandalizzarci, quanto per fingere che esistano gli eventi e che questi possano essere interpretati come in un grande pettegolezzo globale.
In ogni caso nel film, trivellato di soggettive che giocano a intersecarsi, esistono delle presenze. La natura incombe attraverso il suono, aumentando il senso di sospensione manifestato dalle riprese distanzianti. Lo spettatore è spettatore e il pathos è eliminato a favore della necessità. Il disastro è dentro lo sguardo che si preoccupa di percepirlo, in un gioco di riflessi che illudono la stessa distanza. Mentre lo schermo rimanda le immagini del disastro, ritorno all’autodistruzione di Kiefer. Trivellato dall’immagine mi immergo nell’attesa della fine.

XX.
Autodistruzione era una parola ricorrente nell’approdo alla nausea che l’adolescenza aveva realizzato dopo lo strano tragitto della crescita. Un’infanzia scaduta e l’apprensione-ambizione per una competitività che si espandeva nel suo animo. L’esigenza che ogni vittoria fosse non solo raggiungibile ma inevitabile. Per ottenerla occorreva il mezzo più facile e nessuna eleganza, sempre che non scaturisse dallo sforzo di vincere, come evento casuale dell’ambizione.
Apprezzava Goran Ivanišević. Ricordava come il 9 luglio di parecchi anni prima quel tennista, la cui carriera era stata caratterizzata da costanti oscillazioni emotive, avesse realizzato un’impresa sportiva a Londra.
Così si avvicinò alla console e guardò le immagini dell’evento.

Poi, ricontrollò i gesti del tennista e rimase sempre più affascinato dalla serialità vincente, ossessiva, del movimento con cui Ivanišević componeva il suo servizio.

Tutto avveniva mentre passava altro tempo impegnato a distogliersi dalla serialità della fine per accedere alla più grande vittoria, la più semplice: ripetere lo stesso gesto con l’unica ambizione di renderlo fluido, inconsapevole, meccanico.

XXI.
Come non ritornare alla delizia
delle immagini e fantasticare
sulla loro necessità per cui le visioni
o gli incubi più ricchi di particolari
possono riuscire percezione reale, ecc.
L’incubo della giostra e del piede ferrato, del corpo esploso nel fuoco e della fornace coi residui di carbone e persone in ginocchio stimolate negli orifizi, ecc.
La vertigine amplificata dai riflessi in un lunapark in cui l’estensione delle montagne russe è sempre più amplificata e i binari serpeggiano dentro un apparato di specchi deformanti. Il dispositivo immane cresce su se stesso, ogni tanto qualcuno sbocca e la pastella di vomito centra un tizio in testa trasformandolo in un essere di finzione. Mostri spelacchiati in decomposizione plasma la luce nel gioco dei riflessi. D’altro canto, ogni incubo, anche questo, è un mostro sul petto che cova misteri e che non lascia superstiti, mai, ecc.

Dentro la capsula l’aria è asfissiante.

XXII.
Dopo la catastrofe finale occorre
cambiare aria. Come in ogni dialettica che trascenda in ottimismo occorre
stancarsene in anticipo, ecc.
C’è una potenza sbrigativa che conduce alla fine. L’uomocosa si avvicina,
la trasformazione avviene e le regole si ripetono, anzi si estendono
in una prospettiva plastica, infinita.
Il gioco ottico pervade la coscienza e illude il cammino, l’apparato di riflessi
è profezia che si autoavvera, ecc.
Dalla luce irregolare l’esterno s’infiltrava nel dispositivo. Come il ricordo della neve, la luce avrebbe cambiato lo scenario depositandosi sul mondo. Nella capsula brillava tutto come in una notte polare del passato e accecava con un’intensità inespugnabile. Distogliere lo sguardo, in questi casi, era un comandamento. Dalla console era possibile salvare la luce, per cui ogni soggetto poteva riassestarsi sul reale accaduto fuggendone il presente invasivo.
Il mostro ctonio della nostalgia poteva essere sostituito dalla superficie rassicurante del passatempo e il ricordo non costituire un ostacolo alla percezione e alla riflessione, nelle quali il soggetto doveva essere immerso per restituire, attraverso un vasto flusso di coscienza, le elaborazioni alla console. Questa interazione continua forniva energia all’apparato, un mondo avvolgente corroborato da suoni e visioni che avrebbero fatto dell’esperienza un racconto continuo, un reportage del soggetto sulla stessa esperienza dell’immersione.

XXIII.

Sottofondo XXIII

Sembrava non guardare ma percepiva
esplosioni di luce – non il calore –
perché l’orizzonte picchiettava di bagliori
i vetri della cabina. La console distante
emanava i suoi colori e parole.
Un unico linguaggio fatto di segnali,
intermittenze, quasi la progressiva
scomparsa del corpo di ogni oggetto,
un alone, un’ombra come
nelle vecchie immagini di Hiroshima.

Ogni frammento di realtà rimaneva
sospeso ma al riparo da ogni minaccia,
eppure un pericolo imperscrutabile
sembrava incombere e provenire
dai bagliori. Ma lui era rannicchiato
al centro del corridoio, contro il pavimento
tiepido, su alcune lastre metalliche,
sfiorato dalle ombre dei corpi.
Il loro carattere era un insieme
di immagini latenti, scandite
in uno scenario che lui avrebbe voluto
occultare, ignorando o dimenticando i dettagli.
Il vero scopo di questo gioco a nascondere
sembrava risiedere in una volontà
passiva che non cercava indizi
e non credeva in alcun mistero.
La luce ormai blandiva
la capsula e i bagliori si attenuavano
mentre un’altra sera arancione
riempiva lo spazio e un senso
di raccoglimento emanava,
come in un riflesso concreto,
dallo schermo della console.

XXIV.
La massa e le cavità, gli anfratti da cui ammiccavano i mostri buffi che incuriosivano gli sguardi, li indirizzavano, ecc.
Non si tratta mai di indizi ma dell’avvento della verità che accade e trasforma i tragitti. La mia direzione era il mio scopo, fin quando al passaggio del mostro del reale e del tempo il mio percorso era mutato e io lo seguivo con lo sguardo.

Mi sembrò di vederlo nei salti scomposti, nella fretta di eludermi perché distratto da un altro obiettivo. Di cunicolo in cunicolo scorgevo nuovi riflessi e le ombre sulle superfici davano consistenza reale a ogni immagine che si susseguiva con cadenze proprie, percepibili ma non per questo afferrabili. Fino a quando da un altro anfratto, un altro mostro, uno specchio prima convesso poi liscio non mi allontanò dalla curiosità di seguire qualunque sentiero. L’occhio cadde definitivamente sugli automi:

…da me creati per immaginare gli esseri mostruosi, le ombre nascoste a qualunque percezione.

XXV.

Sottofondo XXV.


Come essere dentro un sogno i cui protagonisti sono attori, come essere dentro un film notturno o dentro l’acqua dopo aver attraversato la spiaggia, aver raccolto un oggetto indefinito ed essersi fatti attraversare da un’onda enorme, senza timore per l’impatto imminente, per la sopraffazione che avviene ma si dilegua in un attimo e apre a un nuovo scenario in cui il passato non è più ricordo di turbamenti ma proiezione, visione trasformata nel presente e il soggetto è solo me spettatore che ricorda a malapena il suo tragitto e il suo attraversamento. Vedo i miei desideri sfilarmi davanti come figure in carne e ossa o è la mia immaginazione a essersi assuefatta alla visione? Così le immagini sono sentimenti defunti e non desideri, nessuna utopia, nessun futuro.
Ma questo balenare
di dimensioni temporali
o immagini senza tempo
qui e ora sub specie aeternitatis,
questo eccesso di energia
nel bagliore accecante
è solo un riflesso che si libera
e concentra in questo punto
infinitesimale, in quel punto
focale che è ogni individuo,
oppure è il principio di una sfumatura
che si allarga, una macchia
che esplode il suo nucleo
in un abbraccio seriale,
un rizoma fatto di centri
che non sanno di comunicare?

XXVI.
La luce era calata, aveva assunto sfumature brune, poi violacee sempre più distanti.
L’atmosfera, all’interno della capsula, stava tornando alla consuetudine per cui era possibile concentrarsi e raggiungere la console.
Sentivo apprensione per gli abitanti delle altre capsule – come ogni volta che i bagliori diventavano insostenibili. Infatti, la sosta condivisa sembrava attenuare il disagio di dover accusare passivamente le azioni del mondo esterno. Ma la sensazione di aver subito una violenza fu presto sostituita dal desiderio di attrazione del momento, ed esserci dentro cancellò ogni malessere.
Nella contemporaneità assoluta che solo i brevi momenti di rottura creati dalla luce esterna incrinavano, raggiunsi la console e avviai un video in cui istantanee con un’esposizione superiore e con soggetti d’ombra si susseguivano senza un significato apparente, ecc.
Molte volte la sensazione mi sorprese
d’inadeguatezza a seguito dei dolori
scaturiti da difetti congeniti
e da un’educazione da tempo dispersa
nel silenzio di queste notti
e giorni reinventati. Forse il cosmo,
questa luce plastica che si riflette nei corpi,
è una luce bruna in fuga
sulle grandi distanze tra i corpi.
Se non esiste prospettiva ma solo un grumo
di figure che illudono lo spazio
nella molteplicità infinita dei punti di vista
non resta che l’accumulo
di immagini, mai ricomponibili in un racconto
o in un raccordo col dopo
che qualcuno pazientemente ricostruirà?
Poiché la celebrazione della libertà è un sogno retorico, una montatura di parole che toccano valori condivisi iniettati di storia, occorre ripetere con veemenza i concetti cardine di una volontà individuale che coinvolge l’altro, per indirizzarlo, ecc.
La libertà come valore scaduto, come residuo di un’illusione che supera il mondo. Il desiderio diventa reale nell’istante in cui tra medium e individuo non esiste confine ma un’unica appartenenza, un mondo unico in cui soggetto e oggetto sono attivati in uno scenario che scaturisce dal desiderio dello stesso soggetto e ne realizza la pienezza. Unico come uniforme o crepa nel dubbio e nella scelta? Unico come pienezza o inibizione?

Unico come tensione sempre irrisolta verso una totalità assente, uno sguardo sull’incompiuto, sull’apparato cunicolare che può ammettere una fuoriuscita ma non ne considera la necessità. Diversamente sarebbe uno scontro dialettico, con servo e padrone costantemente intercambiabili, invece a me – e a tutti i soggetti delle capsule – era toccata in sorte l’osservazione dei fatti accaduti, impastarsi nel fango virtuale di un mega-archivio, per selezionare barlumi e reimmetterli in un racconto impossibile, ecc.
Nel solco di mezzo, nella solitudine manierata che contraddistingue questi giorni nuovi – come sempre – traccio connessioni possibili tra gli eventi. Una maschera dopo l’altra, uno svelamento nel suo procedere.

XXVII.
Quale svelamento, se il tormento
irrisorio per una caduta mai avvenuta
è l’ultimo residuo di vita pratica –
come si diceva un tempo.
È ora di tornare a setacciare
nell’archivio incrociando vive capacità relazionali
con eventi già morti nell’unica
possibilità di rilanciare in un modo particolare:
connettivo, liminare ma effettuabile
da una distanza accertata e irrimediabile,
quella dei soggetti rinchiusi nel desiderio
neutro di una salvaguardia in cerca
di consenso. Come se la volontà
di riconoscimento potesse convivere
con l’esigenza d’isolamento. Un’energia
nuova dovrebbe scaturire dal concretarsi
di un essere pasciuto e distratto dai suoi
strumenti o una nuova barbarie
dalla necessità primordiale e violenta di volere
l’altro anche fuori dal rispecchiamento
costantemente schermato, ecc.
L’altro che si vorrebbe emerso e in cammino verso
me per consolidare la presenza e la paura
o la risposta all’eccesso del mondo,
alla sua capacità di sovrastare la piccolezza
dell’individuo, le sue microstrutture di resistenza, ecc.
Solo un istante d’inconsapevolezza, la dimenticanza
di sé auspicata e che tanto spesso si fa vera
in questo quotidiano ripetitivo e immerso nel rischio
che scompaia il tempo, che accada
costantemente l’adesso.
Ma qual è il significato proprio di “umanità redenta”, concetto esplicitato da un filosofo antico citato in precedenza? Il “giorno finale” è già raggiunto e i giorni sono possibili perché perennemente citabili, riacquisibili in quanto forclusi nell’evento continuo. Un presente senza futuro non può che richiamare il passato. Più il passato è ordinabile e, per ciò, disponibile, più è possibile restituirlo come spettacolo. Ma lo spettacolo può costituire uno slancio che permette di re-immaginare un futuro, riacquistarlo a prezzo di introiettarne la fine. La fine senza rivoluzioni, quindi redenta.

XXVIII.

Sottofondo XXVIII.

Dalla luce indifferente e dorata
al tramonto dei sensi
nel cuore del desiderio, ecc.
Sdraiato sul letto dietro la console
osservo un tramonto terrestre.
La steppa confonde e disorienta,
i suoi odori provengono da ricordi
industriali ed erbe innominabili
suscitano un approccio tattile e un calore
estinto s’insinua nella distanza dal mondo
del prima. Il viola ostile
che si appressa ai campi e la bruma
sulla striscia aerea che avvolge
lo sguardo scende da un cielo immutabile.
Poi, come in una notte d’estate,
l’imbrunire trasforma il paesaggio,
la comunione crepuscolare e mediterranea
dei corpi in un riverbero, nel canto basso
all’orizzonte di una sfumatura dorata,
la fine nuda che chiude ogni riflesso.

XXIX.
Nient’altro che rumori
vicino alla console, sul letto
sento il mio respiro ronzare,
mi guardo attorno: attraverso
i corridoi della capsula –
ogni soglia è un’attesa che ritorna,
come la fine – cado,
non sento più il mio respiro,
la percezione si sposta di necessità
in necessità. Mi siedo:
il profilo delle montagne scandiva il cammino irregolare, il ritmo è un metodo di salvezza, non l’oscillazione pendolare di uno schema prefissato ma l’incrinatura possibile per cui ogni passo
è un incanto dentro la mia solitudine attuale, abissale, pronta a dirupare.
Nel colore giallo e riarso delle stelle
ripenso alle montagne di Cézanne – le guardo sullo schermo – le riempio di altri colori immaginandomi sorpreso, immerso
nel torpore per niente misterioso dell’ozio, nel metodo d’osservazione che mi libera nell’immagine, che mi astrae, mi fa montagna, m’illude e concreta nell’immagine che osservo. Tornare spettatore incontaminato di un mondo che con uno sguardo, nel gesto, posso riattivare.
Nient’altro che lo scricchiolio –
probabilmente un ricordo –
di una porta, di infissi da aprire
e richiudere al mattino
e alla sera. La solita luce
colpisce i corpi e li accarezza
svelando il mistero
dell’attrito.

XXX.
Il fatto del versare e il senso dello svuotare.
La luce nello spazio creava disegni
in un filo la distanza, ecc.

espropriava il paesaggio siderale
come la luna nel riflesso
sull’acqua o sul vetro, ecc.

anche del vuoto non resta che un riflesso
prima del prima, ecc.

un’ora dal risveglio: nessun’ora specifica,
nessun orientamento, da dove arrivi
il senso di spossatezza, ecc.

nessun rispecchiamento sociale
dalla mia postazione,
intendo che anche il passato – la sua nostalgia? –
è stato risucchiato nel presente
e del vortice appare la superficie,
come un disegno delirante
che nasconde le sue soglie
e non importa la direzione dei messaggi
purché riempiano il mio tempo
libero, sempre più libero
incalcolabile.

È piacevole immaginarlo tale e aver trasferito l’incombenza, la sua scadenza, su supporti insensibili alla fine. Perché è la fine che non deve preoccupare, per ridurre ogni necessità, ogni tensione, ogni rincorsa alla perdita, ogni “senza”.

Espropriare il paesaggio, lo spazio del suo sentirsi in “essere”: riempiva, versava, svuotava, le ore – la compravendita era un compito degli strumenti – lui, nella sua capsula, era protetto, nessun imprevisto poteva scalfirlo. Galleggiava finalmente senza peso, regalato allo spettacolo, ai dati, al riflesso che riflette la propria messinscena per un pubblico ristretto, unico.

XXXI.
La possibilità di espropriarsi spetterebbe alla mia libertà decisionale entro limiti che consentono il rispetto, nella condivisione, della libertà di ognuno. Ma se ognuno è nella stessa condizione, per cui si è liberi di svincolarsi da ogni attrito che potrebbe ledere la stessa libertà, allora non posso che stare nella mia capsula a stilare profili, disegnando dati che costruiscono i miei confini, rendendoli più solidi e sicuri nella trasparenza di un’informazione che riguardi solo me e lo strumento che utilizzo per comunicare me a me stesso, ecc.
Detto questo, penso di aver risolto ogni problema con la mia solitudine. Sono l’irradiazione delle mie relazioni nell’involucro che custodisce la mia salvaguardia. Sono immane/immune come le mie relazioni e il mio amore.

XXXII.
Viaggiare nella capsula e nello spazio sembrava l’opposto che vagare nelle foreste del fondo marino. Andavo in giro e i miei capelli diventavano bianchi come la brina d’inverno (almeno da quel che posso ricordare). L’unico mostro era la luce, perché ognuno di noi era solo pur mantenendo contatto. Per questo tutti erano consapevoli di essere morti e attaccati alla vita, ecc.
Ogni dato, frammento, video, caricamento, era un riflesso. Potenzialmente ogni solitudine era scomparsa perché ognuno bastava al contesto, in quanto spettacolo di se stesso; ogni scelta attivava un percorso di cunicoli la cui unica meta era il desiderio, ormai facilmente rintracciabile attraverso lo schermo della console. Tutti uniti nella dissociazione, collegati al desiderio che fagocita e ingloba e riproduce il desiderio, ecc.
Guardavo scene documentarie:

La lettura video del Manifesto del Partito Comunista.

Lo spettacolo della luce, il fruscio
intermittente della luce
arrivava improvviso e terrificante.
Ondate possenti che rilasciavano
tutta l’angoscia accumulata nell’attesa,
inconsapevole e pacifica, della routine
di sguardi e riflessi che caratterizzava la vita
nella capsula. Le cadenze nervose
della luce, la violenza dell’impatto
che rende temporaneamente ciechi
e il fastidio ineluttabile di non vedere,
di pensare al buio e attendere
la scia lattiginosa della fine,
il risucchio prima della calma
basculante e soporifera: il riposo
e la noia che mi spinge
alla console a cercare giochi
di luce terrestre e l’arte di crepuscoli
e aurore eclatanti, ecc.

L’unica risposta allo sfacelo è proseguire nonostante il bruciore agli occhi, non per amore – concetto scaduto nella solitudine dei tanti riflessi – ma per amore di altri amori che arriveranno, è certo, dentro lo stesso riflesso in questa luce soffocante e deludente dello sfacelo.

Ricordai il gesto d’amore in una poesia di Brecht – altro nome scaduto nel tempo della fine – e il susino ironicamente, seriamente, abbattuto e ridotto a correlativo di un mondo trapassato.
Mi svegliai tremante e infreddolito
e iniziai a scrivere di quella scomparsa –
la console trasmetteva immagini testimoniali di un senso abbandonato e ridotto al consenso di un attimo, variato e ripetuto,
variato e ripetuto
variato e ripetuto, ecc.

XXXIII.
Aveva raggiunto un anfratto
il mio cielo coperto
il mio cosmo contratto
conservato come fossile
sotto strati sovrapposti
d’informazione. Come quando
in un punto della storia
aspettai in silenzio
di trovare l’analogia giusta
con questo cielo in cui vaga
ogni capsula-pianeta roteando
sul suo centro in miriadi
di traiettorie, ecc.
Sarà il giorno in cui l’uomosolo (uomosole) vedrà la dolcezza avvolgerlo come presenza effettiva del proprio desiderio. L’immersione nel desiderio sfilaccia il corpo-truciolo, ogni membrana finge di essere corazzata nella fortezza della propria solitudine, mentre si è soltanto riconosciuto un mondo aperto nel mondo (anche per questo è rincuorante viaggiare da soli). Questa cosa umana è nel cuore della sua sensazione, dolce,
dolce sconfitta che allarga il cielo,
il cosmo-pneuma-osmosi
dal chiuso della capsula (dallo schermo una canzone dolce)

alla vecchia atmosfera grigio-celeste che infrange la nebbia come un oggetto disumanizzato, come un verso cantato sottovoce con i suoi conati liquidi, per raccogliere nel tempo
l’imbroglio di forme e aggeggi –
quelli che tolgo
quelli che indosso –
il vapore che ogni tanto impatta
la vista nel suo affaccio
nel vuoto costellato di rosa
fulminei e albe ponderose
e richiami di arancio e blu
immensi che si riducono
allo scarto di un battito,
all’eco dello spazio
alla relazione
che nella solitudine
ci conforma.

XXXIV.
Potremmo ritornare in quel posto di architetture-spazzatura che fu il pianeta che fu il pianeta. La vita vibrante, ecc.
O è solo il solito balbettio video, l’immagine che crea scandalo nella sua violenza, banalità divertenti quando ciò che avviene è avvenuto ad altri, ecc.
Ti accorgevi di vivere nel riflesso dell’immagine ed era il luogo di tutti e non c’era bisogno di altre celebrazioni perché era sufficiente autocelebrarsi nel consenso veloce e quotidiano di chi, a sua volta, voleva ricevere consenso veloce e quotidiano, ecc.
Che poi fosse anche sopportazione il nostro consenso vicendevole rientrava nella proiezione di desiderio che governava i nuovi rapporti, ecc.
Nelle strade più buie di un altro tempo, negli obbrobri scintillanti di finestre seriali intese come dimore umane, la vita si era estinta, ecc.

O forse no, forse baluginavano ricordi imprevisti e situazioni e odori imprevisti che incrinavano già allora le nostre convinzioni sull’essere presenti. Un’autentica fottitura, una fottutissima bugia che ci raccontavamo per giustificare la casualità cui era giunta la nostra necessità di sopravvivenza.

XXXV.
L’occhio nudo che vede la nuda vita, ecc.
è la resa necessaria a farsi presenza, ecc.
come un battito e il sibilo che gli risponde
come il respiro che cerca di adeguarsi ai passi,
i rumori mi raggiungono e risuonano
in me che sono in che immersione immerso?
il corpo residuo del corpo
in uno spazio senza spazio
che si allarga virtualmente per proteggere, ecc.
così le notti passavano tra farfuglii
e proiezioni, tra depressione ed eccitazione –

e svuotamenti che riallargano il baratro
dell’essere e l’organismo che deve
rimediare con movimenti abituali
perché si crei la controspinta
al risucchio centripeto
del nulla, ecc.

Con il ventre sgravato dalle pastoie del sesso,
con la mente libera di pensare
dopo l’invasione chimica dell’eccitazione,
con il panico infantile di spostarmi
al prossimo gioco, dopo aver affrontato
la minaccia della violenza e degli impulsi
repressi, vincendomi nell’autoespulsione,
mi ritrovai a coccolarmi
nel mio centro, nel nido di ricordi
che guardano il mio riflesso
e, oltre lo schermo,
sorseggiando una bevanda calda,
il tramonto nudo dell’esperienza:
la mia fine, la fine
dell’immagine, della mia maniera
nuda di essere la mia fine,
lo spettacolo che sarebbe
ricominciato dopo la breve sosta,
l’attimo effimero nell’esubero di pienezza.

XXXVI.
Come un filo d’argento,
come un serpente con le sue squame,
la nube era sorta all’orizzonte.
Le strisce gialle sulle pareti metalliche
rimbalzavano un bagliore bianco
soffuso. Ero immerso nell’osservazione dei fatti, eppure i miei pensieri sognanti e dispettosi mi fecero immaginare presenze. Una donna, dai capelli arancioni intrecciati che rilasciavano sfumature brune e riflessi mutevoli, si sporse da una delle pareti. La sua camicia larga e svolazzante, di un bianco sgualcito, spiccava su una gonna lunga, ugualmente sgualcita e di un rosso brunito, quasi vinaccia.
I fiori degli anni scandiscono il tempo (almeno nei miei ricordi vetero-libreschi) e la donna era l’immagine di chissà quale desiderio antico. Si muoveva ripetendo un unico gesto: sporgendosi dalla parete, piegava il ventre e si fletteva in avanti, ruotando il volto verso la sua sinistra, volgeva lo sguardo e non guardava, non lasciava trasparire alcun obiettivo, perché era la proiezione di chissà quale mio desiderio.
Chiusi gli occhi e sentii il torpore invadermi. Mi lasciai avvolgere dall’abisso e sparii.
Al risveglio, la donna ormai fagocitata nel cunicolo della memoria, guardai il riflesso sulle pareti,
il biancore suscitava un’atmosfera
allucinata. Le strisce di cielo
si riunivano per sganciare
fuochi propulsivi,
un’unica prospettiva

che scomparve,
mentre il giallo e l’arancione
cadevano, mescolandosi
in una nebulosa
sempre più vibrante,
sinuosa, da cui si staccò
come un serpente
con le sue squame
un filo di vapore
dissolvendosi infine
in un ultimo bagliore
d’argento in un’aurora
mercuriale.

XXXVII.
La fine di un libro di parecchio tempo fa è la descrizione medico-scientifica del processo di dissoluzione di un organismo morto.

Morte in vita, niente di nuovo, ogni morto che cammina, ogni zombi, è in attesa di concludere il suo ciclo, chiudere il cerchio, tracciare la parabola della fine.
Ma il mio corpo finirà in cenere e poi nello spazio assoluto, nella non-fine di un tragitto immaginato.
Osservai emergere dall’orizzonte
un filo scabro che divideva il cielo,
la notte stellata, l’onda di luce
dondolò un attimo
e infine gli occhi percepirono
l’urto del buio. Una terza linea
incendiò il quadro fino ad assestarsi
in un riflesso nero-scarlatto.
A lato della capsula, una capsula,
un riverbero, una figura.
Ma fu un lampo perché le orbite
spezzarono la tangenza momentanea
e casuale che fu sostituita dal trascinarsi lento
in direzioni opposte delle capsule, come la fine
di un rapporto consolidato
nella sua ineluttabile
incompiutezza.

XXXVIII.
I brani della solitudine che si susseguono hanno una vicinanza intima con i gesti della caccia.
Le relazioni si erano prima frammentate, poi dissolte in eco sempre più fragili, per cui anche la vista di materiale di contatto umano era percepito con indifferenza e come il lascito di una colpa antica ma non individuabile.
Certo, io controllavo costantemente i documenti d’archivio alla console, continuavo senza sosta le mie escursioni nei dati – inseriti di continuo – per ritrovare il piacere del gesto della ricerca.

Non posso negare che la mia voglia di vivere il mondo da voyeur era il risultato di una catastrofe, la colpa di concedere ai gesti dell’uomo la possibilità di cadere nel dolore e riconoscersi nel male arrecabile. L’unico modo per arginare il male era un isolamento che si autocontrollava accontentando la necessità di libertà nota come valore imposto diversi secoli fa.
L’illuminazione nella capsula si autogenerava, ogni energia era concentrata nel mantenimento della sua funzionalità, io ero immerso nelle visioni.
Dicevo, la caccia e la vista. La storia della cosa chiamata uomo è un labirinto di transiti che tentano, nei loro incroci, di allontanare la possibilità di lacerazione. In ogni caso le relazioni andavano riconsiderate seriamente col loro carico di frustrazione e dolore. Per questo si rivalutò la distanza – la caccia, la vista.
Non abbiamo sempre avuto necessità di procacciare autonomamente il nostro sostentamento, in molti punti della nostra storia si era consolidata una diversa esigenza. Doveva essere altro a occuparsi della caccia. Il nucleo del distanziamento è il piacere dell’otium, del fare senza senso perché ogni significato comporta un sacrificio d’interpretazione che sclerotizza il soggetto di percezione. L’uomo, nel suo piccolo tragitto, nel suo transito costante, ha cercato di svincolarsi da ogni responsabilità di sé. Ora che nessuno di noi ha un padre e non è padre, la libertà della creazione si è trasformata definitivamente nell’autocostruzione, attraverso l’introduzione assidua di dati. La percezione di sé è dovuta all’altro e al suo produrre dati fruibili, l’uomo è questa stessa fruizione, transito nel piacere della scelta che si autoproduce.
Vagavo in queste riflessioni oziose, nessun senso del tragico mi opprimeva, quando mi capitò nei miei vagabondaggi video d’imbattermi in qualcosa di molto datato, di prima del mio mondo.

(…)

Mentre bevevo una bevanda rinfrescante
la sublimità dell’istante
cancellò la necessità dei nomi,
lo spazio era lo specchio
che rifletteva sempre la stessa immagine
senza Terra né Cielo
le cui funzioni nella nuova prospettiva
erano solo il sintomo di un altro tempo.
L’Eternità ci aveva messo a orbitare
finalmente abbandonati
a noi stessi, osservando senza capire
la luce allontanarsi e passando
di schermo in schermo,
dal letto alla finestra alla console
per ingannare la noia.
L’arte di ricostruire un percorso,
reinventarlo per nascondere il mondo
e rilanciarlo, ci inghiottì
nel silenzio degli ultimi pensieri,
nell’ultimo rito
ironicamente in attesa
di una fine
finalmente vantaggiosa,
uguale.

XXXIX.
Nel gioco interattivo delle capsule occorre attraversare un tragitto. La memoria non riattiva il passato ma le connessioni sinaptiche stimolate subiscono una serie di piccoli cortocircuiti, in questo modo si ha l’impressione di vivere in una dimensione in cui passato, presente e futuro appaiono come unicum indissolubile. Il percorso ha la durata di ottanta minuti circa e deve essere associato ad altri percorsi per non ricreare un senso d’isolamento assoluto (una solitudine relativa e la sensazione di compartecipare uno stesso destino mantengono in ogni soggetto sicura ed equilibrata l’autopercezione, senza lasciare degenerare la presenza in abbandono). Gli ottanta minuti rappresentano il tempo necessario per un organismo umano di distaccarsi dal reale e lasciarsi andare a un’immaginazione rigenerante, come avviene nei vari cicli REM durante il sonno.
Il controllo e lo sviluppo del programma d’immersione virtuale sono gestiti da un’equipe medico-scientifica (medico, infermiere/a, psicologo/a, programmatori, google artists, ecc.). Il costo dell’esperienza in Europa si aggira attorno ai millecinquecento euro, alla data attuale, ma si prevede che le spese per i fruitori si ridurranno negli anni e si svilupperà un apparato casalingo adatto alle esigenze familiari, ecc.

XL.
Al risveglio non mi sentivo frastornato, perché il ciclo di ottanta minuti, se non disturbato da imprevisti esterni, come nella fase REM, si conclude senza traumi. Lo psicologo è subito pronto a riattivare il dialogo che, nella percezione del soggetto, sembra interrotto da anni.
Ero uscito dalla stanza, ero fuori dal palazzo, ero in strada.
La luce si rifletteva negli specchi degli edifici, era un susseguirsi di finestre scandito dal ritmo dei miei passi che modulava la mia storia circondata di finestre. Era un sole di giugno, caldo abbastanza da farmi desiderare il rientro a casa, tra le pareti fresche e calme, in un silenzio che si sarebbe caricato d’attesa.
Camminavo sugli argini dei viali o in stradine anguste e pressate da muri scalcinati, camminavo e pensavo alla freschezza e al silenzio e agli altri. Del passato recente non c’era molto da dire, non so se ne avrei parlato anche perché un certo senso di riservatezza mi frenava dal rivelare quell’esperienza. In poche parole ne ero geloso.
Ero ormai vicino a casa, alla svolta che dopo pochi passi mi avrebbe condotto all’ingresso.



II PARTE -NUOVO INIZIO

I.
La sensazione di raggiungere una casa è fondante in ogni esistenza. Collegabile alla necessità di protezione che caratterizza l’infanzia, è la divisione distintiva tra dentro e fuori. Sentirsi dentro o fuori dalle situazioni, nel mondo o ai suoi margini, dipenderebbe dalle capacità di accoglienza o vicinanza di un rifugio, dalla distanza o vicinanza alla sicurezza. La casa è una dimensione tattile, si pensi al nido, e anche olfattiva, che si radica nella personalità e ne determina l’adattamento. Non parlo di un’appropriazione del sé attraverso la casa, ma di un riassetto germinante del vuoto d’esperienza che definisce l’infanzia.
Tornavo con gli occhi alla strada
la rivolta intima che sento
affretta i passi di un sentire interno.
La soglia profuma di fughe
quotidiane, desiderio di accoglienza
il calore rilassato di una nuova energia.
Colmare il vuoto è la zona più intima di un processo continuo, di una curvatura che ci avvicina a e allontana da un centro che è pura ipotesi.
Mi riconosco in questa ipotesi e attraverso la soglia.

II.
Ad accogliermi è il primo odore, un residuo di cibi cucinati da mani, l’emanazione acida del legno che abbraccia lo spazio. Travi e pavimentazione disegnano una geometria piana, un’insorgenza di spazio, un vuoto che va modellato attraverso oggetti d’uso e l’uso stesso che determina il tempo trascorrente e trascolorante della quotidianità. Ogni immagine può diventare intima se attraversata ripetutamente nel corso dei giorni, che diventano anni e si appressano inesorabilmente alla scomparsa. Al mio ingresso a colpirmi fu la dimensione dell’accoglienza, cioè l’apparizione di uno spazio vuoto, certo abusato, che potenzialmente, dopo un margine più o meno lungo di distanziamento, è di nuovo pronto a riempirsi. Il cammino perpetuo di riempimento e svuotamento permette una riattivazione del luogo e, conseguentemente, del tempo. Linee terse, trasversali, si alternano ai bordi curvi di sedie e tavoli e riassestano il silenzio della casa a un calore che mi raggiunge percipiente perché svuotato, desertificato, abbandonato dal senso, al senso.
Quando si è di nuovo svegli non si sa più nulla, il sonno imposto ha aperto una breccia, attraverso il lungo sogno, da cui sembra essere fuoriuscito il passato. Amo la consuetudine, la noia che annulla ogni volontà, non mi interessa il dolore che attiva la vita tra la noia e il nulla, tollero ogni presenza, amo la solitudine che si prolunga fino all’apparizione dell’altro che avevo dimenticato e che per questo mi sorprende. La vita inutile senza condanna si dimentica ma poi arriva un gesto, qualcosa distrae implacabile, distoglie il pensiero, rompe l’attesa, fa evaporare l’attimo e lo trasforma in un’altra origine.

III.
Un nuovo inizio, un nuovo giorno si preannunciava, perché la possibilità di stare insieme crea un mondo di aspettative. Immaginare di pronunciare le prime parole sugli ultimi avvenimenti, la necessità di mostrare i ricordi, manipolandoli inevitabilmente, l’attesa che il momento arrivi col suo carico evenemenziale. Ero in questo esordio – un nuovo inizio -, nella sospensione, in quel frammento di linea temporale che immagina il futuro. Sono nel risveglio, quando il passato è lontano, confuso dalle immagini sfumanti degli ultimi sogni, immerso nel futuro che è immaginazione, sospensione che attende di trasformarsi in presente, di trasformarsi.
Nella casa agli albori del giorno la luce si trasformava in ombra, sulle pareti colori diversi che le raddoppiavano e formavano un labirinto d’immagini, dalle svolte consuete si distinguevano anfratti bruni da cui comparivano grotte meandriche e ignote. Dalla finestra le foglie autunnali sospinte dal vento si univano in piccoli vortici che si sfaldavano in fretta, come se a produrli fosse il soffio ancora acerbo di chi ha appena scoperto di possedere un respiro, un fiato.
Mi sedetti sul divano e fissai il gioco di ombre.
La capacità d’integrazione spettrale non riguardava solo i processi sonori, la mia vista si ricopriva delle stesse ombre osservate, le immagini sempre più sovrapposte. Come una foto su una superficie riflettente, si creavano paradossi visivi. Non ho mai esposto il mio disagio per le ingiustizie del mondo, ma la sensazione d’incombenza che aleggiava superava ogni disagio, provocava un’angoscia presente, per cui il mio organismo si preparava a una reazione.
Eppure riuscivo a mantenere il controllo. Il corpo, che una forza centrifuga tentava di spingere lontano dal nucleo d’attesa, era diventato parte integrante dell’angolo di divano su cui era seduto. Non scappai, avevo pregustato la gioia di un nuovo incontro, dovevo soltanto gestire l’angoscia dell’attesa.
Le connessioni funzionavano ancora per le comunicazioni tra casa e casa, ma non avevo intenzione di usarle; m’intrigava il mistero, la sorpresa nel rientro delle persone amate. Dopo il sonno virtuale, sentivo la necessità di una nuova percezione dei contatti, come fosse indispensabile una compensazione: dopo la distanza siderale della capsula, una vicinanza relazionale. Dalla capsula alla casa, dal passato al futuro?

IV.
Potremmo non distinguere fra realtà e rappresentazione, almeno questo era uno dei problemi in discussione nel mio presente, cui si aggiungevano quelli economici e ambientali. Riflettevo su realtà e rappresentazione perché le ombre sulle pareti assumevano forme sempre meno vaghe. Immaginavo o vedevo animali stilizzati? Scene di caccia preistoriche, come in quei graffiti negli anfratti antichi delle grotte. I predecessori sono il baratro in cui sono risucchiati gli orrori, le ferite e i traumi, i sogni morbosi di ombre che vengono incontro, le forze esterne pronte ad annientarci. La paura di essere niente ha prodotto ogni macchinazione.
Cadevo dalla superficie delle pareti dentro le ombre. Con maggiore intensità si aprirono altri ricordi, sovrapposti a scene brutali in cui persone amiche erano franate, schiacciate su asfalti e rocce dentellate e i corpi, in una pioggia gravitazionale, finivano adagiati dopo tonfi fragorosi.
La vita ha sempre avuto le sue cadute.

V.
Il paesaggio era mutato.
Un altopiano, pozze di fango in cui affondava fino alle ginocchia. La fatica di ogni passo era accompagnata dall’angoscia di uscire velocemente da quel pantano. Aveva con sé una borraccia che era riuscito a riempire dopo la partenza. L’acqua si trovava, buona parte degli acquedotti era ancora in funzione. I luoghi in cui le risorse abbondavano erano presidiati. Il viaggio si sarebbe protratto per un tempo indefinito, occorreva gestire le razioni.
Gli dolevano le gambe ma la vasta distesa pianeggiante era puntellata di zone asciutte, per cui era possibile di tanto in tanto riposare dopo il guado. L’ultimo attraversamento era durato un paio d’ore e il sole era già steso sul tracciato divaricato dell’orizzonte, risarcendo la sua stanchezza con un arancione nebuloso e un paesaggio scheletrico.
In una panoplia di riflessi torbidi che scaturiva dalle pozze, preparava il suo giaciglio. Era sul margine asciutto di una roccia che sporgeva dal lago viscoso.

Dentro gli argini un lago
una bava di luce riflessa
dentro cui sciamavano
frotte di moscerini a stento visibili. La notte era sempre più vera
e il fuoco più tenue. Il giorno si era ridotto a una brace dorata che scoppiettava sul terriccio.
Gli occhi emanavano una luminescenza inedita, terminale, che sfumava nell’indifferenza fino a sparire
nel buio.

VI.
In lontananza uno scalpiccio
vibrava imprecisato
poi più definito un rumore, ruote.
Si avvicinò al ronzio e si accorse che una donna avanzava guidando un enorme triciclo. La distanza e l’oscurità non permettevano una percezione distinta. L’atmosfera fuligginosa annunciava una giornata di cammino e angoscia. La luce montava da un cumulo imprecisato sul terreno, una collina rifletteva frammentandoli i primi bagliori. I cunei di terriccio bagnati dall’umidità della notte e dalla prima luce mattutina davano l’impressione di coleotteri enormi. Il triciclo avanzava avvicinandosi, affondando nel fango le ruote cingolate. Sotto il peso della grande macchina si contorcevano, in quel crepuscolo d’alba bruna, corpi bruni. Schiantati e sforbiciati e sbudellati non urlavano ma subivano l’azione costante e pastosa del cingolato. Si accorse del luccichio negli occhi della donna, era più vicina, percepiva l’odore – dei corpi, della donna? Il rumore divenne assordante, cadde sul fianco destro, ebbe appena il tempo di sentire una fitta alla spalla e vedere sfumare le rocce che circondavano il giaciglio approntato per la notte.

VII.
La casa era sempre più distante nella sua memoria, come la parete dal cui squarcio era emersa una dimensione di passaggio. Il transito all’unico senso possibile. Una caduta nei ricordi o negli incubi profondi della coscienza.
Ma perché la donna immane lo perseguitava? Perché quei corpi maciullati?
La paura si dileguò in un attimo di consapevolezza, una percezione estatica attenuava il raccapriccio. Prima di vedere tuffarsi quell’istante nel tempo che ne annullava la percezione, ogni suono, ogni odore erano già trasformati nel resoconto di un’allucinazione. Per questo la paura era scomparsa, imprigionata nel ricordo, eletta a residuo dell’eterno, senza scelta.

VIII.
Era il corpo
è il corpo
e si localizza nella sua postazione autoimposta. Il divano era la risacca di un’orbita dove, infossato, sembrava depositarsi un corpo.
La sua percezione dei fatti dipendeva da come il corpo era inserito nello spazio e dalle modifiche che una determinata posizione produceva nello spazio. La crepa nella parete era una simulazione provocata dalla paura, ma di che?
La scoperta della fessura era forse connessa alla paura della perdita?
Occorreva scavare in quella fenditura e captare nuovamente l’immagine sfuggente – la donna immane? – e seguire gli sviluppi di una nuova narrazione.

IX.
La superficie della parete liscia,
si mise a sedere sul bordo del divano.
In quell’istante la luce brillò
da una finestra alle sue spalle
crepuscolare e vibrante.
Si scosse, si alzò e raggiunse la parete: liscia, bianca, fresca come aveva sempre ricordato le pareti della casa. Un rumore di chiavi, lo scatto della serratura, attirarono la sua attenzione. Erano rientrate. Loro, sorridendo sulla soglia, il brusio che diventava suono squillante. Distinguibile un suono più grave, la voce della madre, che s’intrecciava alla risata cristallina della figlia. Una gioia dimenticata lo avvolse, ma non si precipitò ad accoglierle, voleva godersi l’attimo di sospensione prima dell’incontro perché solo lui era consapevole della loro presenza, in agguato a rimasticare la sua stessa gioia.

X.
Un sorriso radioso,
quello della figlia,
un sole di giugno
che apre al tepore,
a un calore più intimo.
La potenza dell’estate
si protrae nel futuro,
attiva il dubbio, il disagio
di un inizio che disegna
in fretta la sua fine. Il suono
argentino delle voci e i passi
sordi che oscillano vicini,
distanti, vicini, mentre
anche la luce s’inargenta
e la superficie fresca
della parete riverbera
ogni nota del cammino
ambivalente sulla sua mano
che già sente
il contatto.

XI.
Ricordò queste parole:
“Vivo solo per lui,
io sarei pronta”,
ha i capelli così belli
e questo sole
questo sole vive ancora.
Le notizie brumose e una politica
farsesca, come sempre ogni politica,
uomini sequestrati su una nave,
il microcosmo della necessità
che aspetta di rompere il suo guscio,
la sfera si richiude
nel mondo dell’individuo…

Aveva i capelli radi
l’uomo di quella ragazza
che ora vive solo per lui
ed è pronta a un’ultima
definitiva partenza.
Tutto rovina, è in attesa
di una quiete diversa,
questo sole
e i passi di mia moglie
e di mia figlia
in attesa di un’altra attesa.

XII.
Il contatto intravisto
come il ricordo di un sogno
che si accosta e io respiro
l’aria che separa
e condensa l’attesa.
L’aria indimenticata che mi tocca
mentre guardo le ombre sul pavimento,
i movimenti tra gli spazi
avvicinarsi e scomparire.
Onde di contatto
per me definitivamente sospeso
al ritardo che ci separa.
L’aria muta
e la direzione della corrente s’inverte,
sono chiuso nel mondo del contatto.

XIII.
È un mondo di rami
la nostra solitudine.
In questo momento
l’ombra si prolunga il giorno si arresta.
Evapora la mia bambina,
sui dorsi delle colline lampeggiano
volti, le linee assumono forme
mostruose. Non finiscono
mentre il mondo si restringe
e i volti oscillano tra i rami.
Guardo ancora un po’ l’ombra
avvitarsi sui volti in attesa
che termini l’attesa
in un esordio confidente, vorticoso.

XIV.
Eppure la luce languiva
sulla parete del corridoio,
la osservava dal suo angolo nel divano,
nascosto, in penombra, pronto a un’aggressione affettuosa, slanciandosi di tanto in tanto dal semibuio alle voci tintinnanti sulla soglia. Le ombre si dilatavano dalle fessure provocando un ricordo.
La notte, un letto a castello, la luce formicolante della TV. Notturna, la sensazione intima di un agguato imminente,
il respiro affannoso di chi dorme inerme e lascia indifeso chi, nel letto in basso, non ha il coraggio di alzarsi, di fare qualcosa, se non continuare a guardare lo schermo, in attesa dell’agguato, chiuso per ore dentro un ricordo che attiva un altro ricordo.
Uno schermo, pomeriggio, programmi per l’infanzia, cartoni. La voce-nenia di una nonna delle fiabe, una strega zoppa, una gamba purulenta. Pane e “cremina”, pane e zucchero, “sbrigati!”, la zolletta che si scioglie tra la lingua e il palato, “ora esci, vai alla finestra, guarda le macchine indovinando i colori, lasciami solo nel buco nero della mia immaginazione”.

XV.
Il dono era vedere i sogni
in anticipo. Immaginare tutta l’esistenza fino alla fine. Masticava il pane e sentiva la zolletta di zucchero sciogliersi tra la lingua e il palato, formare un piccolo grumo, scomparire. Eppure misurava le soglie, calcolava gli angoli e l’intensità del colpo per finirsi; la vita era troppo grande, uno sgomento lo assaliva nella solitudine. Migrava verso paesaggi altri da cui, però, si sentiva rifiutato, aveva affrontato viaggi pericolosi, incubi tremendi: il rifiuto, l’ombra pulsante della tortura, l’umiliazione per la sua inutilità. Avrebbe voluto una vita comune, scelte da compiere. Intravedeva una famiglia futura, in ogni fessura un luogo nel quale tornare, immaginifico, accogliente.
In un sogno attraversava un terreno paludoso, avrebbe dovuto raggiungere un accampamento. Dopo un avvallamento risaliva una piccola altura, intravedeva le tende ma non poteva proseguire: un boato, uno sferragliamento montante, scricchiolii incombenti. Una macchina, ruote dentate, e una donna enorme bloccavano il cammino. Il terrore che lo invadeva, mutava i suoi desideri, la meta a un passo irraggiungibile, schermata dalla figura immane, pastosa, potenzialmente distruttiva. Restava immobile, poi riuscì a montare la sua tenda improvvisata. Il sogno si trasformò in una sensazione d’attesa e lo accompagnò al risveglio con la sua eco.

XVI.
Poi una luce in alto, al di sotto della soglia di coscienza, invece, l’ombra era sempre fonda.
La casa era calda e serena, le voci si avvicinavano, uno scoppio di tosse rimbombò dalla tromba delle scale. Una decina di gradini separava l’entrata dalla sala e dal divano.
Il tempo sembrava dilagare nella luce del risveglio, la paura s’impossessò di lui, mentre l’oscurità risaliva dalle profondità per aleggiare sulla casa. In pochi istanti era tutto capovolto: l’atmosfera si era raffreddata, un’angoscia di scomparsa cancellò i punti di riferimento.
Il posto era un altro, nuovamente. Prima un labirinto pietroso immerso nel silenzio, dopo un campo da tennis in cemento chiarissimo, i cui margini erano linee azzurre. La rete che avrebbe dovuto dividerlo non esisteva, invece tra le crepe che ne punteggiavano la superficie, spuntavano ciuffi d’erba.
Un vocio si faceva sempre più vicino, fino all’apparizione di alcuni ragazzi che giocavano a calcio.
Una strana somiglianza attirò la sua attenzione: uno dei ragazzi davanti a una porta disegnata su una parete ricoperta di edera e crepe. Si trattava di un bambino, non di un ragazzo, che indossava dei guanti celesti e che si fermò a osservarlo, poi raccolse il pallone e lo incise con un falcetto.

XVII.
Il tempo si guastò e da un’incisione fatta da mani sconosciute fuoriusciva un rombo. La vibrazione divenne un ritmo costante, si alzò dal divano e toccò nuovamente la parete. Il foro pulsava, guardò dentro, il sole radeva l’orizzonte scuro e affondava impercettibilmente nella sua linea, dentro ardeva un nucleo palpitante, una luce.
Passi, rumori, eco
di un presente sempre più fioco
rimbalzavano dal buco,
sferragliava un rumore noto,
un bambino si nascose tra i cespugli,
trovò in tasca un bruco,
scivolò più in basso
in un fosso di pace nascosto,
nessuno poteva immaginare dove fosse,
era al sicuro.
Il tempo accelerò e il bambino fu costretto a uscire dal fosso per tornare a casa, carico di angoscia e soddisfazione perché era riuscito a smaterializzarsi prima del ritorno, era scomparso ma ascoltava il mondo esterno, pur non vedendolo. Era l’eco del tempo, il suo raccoglimento.

XVIII.
Ad allargare la crepa
si accinse scorgendo
un fiume scuro nel flusso
sempre uguale e volti
bui sulle sue sponde.
E ricordò i primi uomini
nella sua vecchia casa, dal Nord-Africa
a mangiare un pasto lontano dalla loro famiglia, con suo padre e sua madre ad aiutarli e, infine, la loro scomparsa. Si scoprì ancora solo, a distanze siderali dal suo passato: il primo volo aereo, la prima console, la lingua inglese, libri, storie come favole, le videocassette da riordinare e la scoperta di appartenere alla crepa, alla crisi di ciò che era stato e a quella di là da venire, in attesa di svelare un mistero nella pienezza di un presente finalmente raggiunto.
Dal fiume scuro un’onda,
nel contraccolpo una barca
di volti nuovi, troppo distanti,
e l’immagine che si restringeva
nella crepa.

XIX.
Tornò calmo.
Si guardò attorno,
percepiva l’ambiente familiare, le voci si erano allontanate, probabilmente sua moglie e sua figlia erano uscite. Raggiunse nuovamente il divano e riprese fiato. Le immagini dalla crepa sembravano così reali, nonostante la distanza del ricordo. Ritornò ai suoi pensieri e a ulteriori ricordi che non sapeva di possedere. Ancora l’infanzia, i piccoli furti, l’intervento dei genitori: la colpa, l’autorità che fondava un tempo diverso, altri luoghi, in debito col riscatto. L’omologazione, i primi jeans firmati, l’emozione di percepirsi nel riconoscimento dell’altro ma solo per capire, dopo, di sprofondare sempre più in se stesso. Un animale che ama crogiolarsi nel piacere, in quella basilare forma di compiacimento svincolata dal senso, il puro sentire. In queste ultime illusioni il mondo cambiava, occorrevano nuovi strumenti per orientarsi, nuove parole.
In primo luogo i racconti dei genitori, il loro “sessantotto” filtrato dai media, le loro mitologie immaginate, le loro rivoluzioni teoriche. La parola rivoluzione, infatti, divenne un concetto immaginifico, l’unica fuoriuscita plausibile dal sistema, però proiettata nella scrittura, in un linguaggio arcigno, chiuso. Era la pace intollerabile della distanza e il mondo un contenitore costantemente riscrivibile nella sua urgenza di consumo, già dentro la sua autoconsumazione, nella forma spettacolare della catastrofe.

XX.
Era sempre più difficile ristabilire un contatto, era come se la crepa avesse risuscitato altri luoghi e memoria e percezione fossero sempre più confuse. Restava il fatto di trovarsi in casa, intravedendo un percorso. Tra le soglie era riuscito a percepire la crepa, un accesso all’altrimenti irrintracciabile cammino della sua psiche. Pensò al viaggio virtuale, alla capsula e alle visioni aperte, ai cunicoli che costruivano il racconto, addensando il passato e il presente. E ora? La realtà crepata presentava altri cunicoli e i sogni scaturivano spontaneamente. Forse era sempre stato quel dispositivo che riceveva informazioni, le accumulava per reinterpretarle. La continuità relazionale tra il suo organismo e le strumentazioni adesso era precisata dall’inconsistenza del luogo. Per questo, le immagini dell’esperienza onirica nella capsula si accavallavano ai ricordi del suo passato, lui era l’interfaccia di accumulo e ritrasmissione, quello che chiamava mondo interiore era un mondo d’immagini.

XXI.
Il silenzio, adesso, in quel luogo, incorniciava le immagini.
Non un ronzio ma il fischio altrimenti impercettibile della solitudine.
Adesso, un abbaiare isterico, prima, la voce di una bambina? Una canzone appena accennata.
Ora, il frusciare del mio corpo sul piumino, tiro su col naso, aspetto.
Ora, i graffi della penna sul foglio,
ora, risuona l’abbaiare di prima.
Il silenzio è la cornice del suono, l’attesa che s’imprima un respiro più ampio, il fischio metallico prima dei rumori.
Sto per partire, rialzarmi, intravedo la possibilità di altro, un esproprio, ha smesso di abbaiare.

XXII.
E dalle immagini
altre immagini.
Forse l’anima è uno sgorgo continuo di rielaborazioni, lo pensava mentre attendeva il rientro della famiglia. Era come sganciarsi da terra ma restando dentro un involucro. Nuove immagini in un accavallarsi continuo. Era un essere umano, un essere immaginifico, un creatore di miti che provava ad allontanare l’angoscia della sua inconsistenza.
Lo straniamento era solo il risultato di un assestamento, si ritrovò a pensarlo e a pensare a un luogo preciso e ricordò la superficie terrosa di un campo da calcio, la paura di cadere sovrastata dal desiderio di attraversarlo, correndo fino a una porta lontanissima ed enorme o al vento sulla collina in una tarda primavera, mentre si arrampicava aggrappandosi ad altre zolle di terra. E un altro vento, altre onde trasportavano notizie da un mondo lontano, dove si erano sviluppate grandi civiltà. In quei luoghi, in quei giorni soffiavano tempeste desertiche, raffiche metalliche su corpi che si sarebbero disintegrati, lasciando spazio ad altri corpi: corpi alieni espulsi da madri in fuga, a volte soppressi da padri caritatevoli. La pietà salvaguardata dalla distruzione, basta dolore, basta dolore, mentre aveva scorto a distanza un bagliore bianco. I resti duplicati di scheletri, seppe solo dopo, ovini: uno più grande dell’altro, ma uguali.

XXIII.
Un agnello sporse la testolina dalla placenta viscosa adagiata sul terreno. Lo vidi per primo: il quadro sfumato vicino al ruscello, il primo belato, la visione surreale consolidata dal desiderio di mistero e avventura che si avvicendavano durante le nostre scorribande in collina. Scoperchiammo un simbolo, superammo un livello abbattendo il tempo. Quell’immagine conservata per un altro presente, nell’atmosfera fredda di un’infanzia che affiora e si fa riconoscere.
Immobile sulle quattro zampe,
umida sull’erba brunita
la madre accovacciata
sente il figlio, sgravata,
presente, distante.
Nel ricordo riconosce l’erba,
il ruscello e l’occhio
che li ha osservati,
che lo avrebbe osservato.

XXIV.
E arrivò un pomeriggio di fine febbraio assolato e tutto accadde.
Non terminava, perché ogni azione apriva nuovi cammini; nessun patto col mondo, solo l’apertura alle sue potenzialità vitali, alle azioni, a un’operosità necessaria.
L’attesa di un approdo, la luce che attraversava con tagli ortogonali le ramificazioni e le linee, le ombre evocanti, misteriose. Nessun oggetto distanziato dal suo utilizzo, lui era pronto a ripartire, riprendere il cammino, lasciarsi attraversare nell’attraversamento. La luce, adesso, definiva i corpi, le ombre aderivano al terreno in confini netti. Eppure, questa pulizia delle forme non era fissa ma pronta a crollare, il crinale della disgregazione era un potenziale svelamento. Il mistero di quel pomeriggio di fine febbraio era nel calore di un contatto nascente, possibile come ogni gesto, nell’attesa di un segnale che, infine, giunge.

XXV.
Un altro territorio,
in un giardino due bambini esaminano alcune biglie di vetro. I colori delle sfere risaltano colpiti
dai raggi solari. Un calore intenso si espande nei corpi
poi, nell’angolo sotto i rami di un ciliegio, un bambino guarda in strada, assorto.
Sgranò gli occhi, davanti si ritrovò la crepa, in evidenza sulla superficie liscia della parete. Le immagini del giardino sfumarono, il bambino si era trasferito su un palco e aveva cambiato sesso.
La bambina parlava con voce chiara e penetrante di pericoli imminenti, di responsabilità generazionali, di atmosfere. E il sole, che prima illuminava i volti e si rifletteva nelle sfere, era sempre più alto nel cielo e dominava con la sua luce la linea sgombra dell’orizzonte.
Una minaccia, un occhio acceso.

XXVI.
La casa della vecchia zoppa era scomparsa. Al suo posto un lago di alghe, gli argini di un fiume.
Dove una volta c’erano case popolari, un alveare di dossi e rientranze, più distante un accampamento.
Si rialzò ancora stordito dal suono del cingolato, come immerso in quel rombo e nella puzza della donna enorme.
Ora il silenzio sembrava incollato ai corpi.
Il primo rumore fu lo sciaguattio della sua mano nel fango. Si rialzò.
Smontò la piccola tenda e riprese il cammino.
Ricordò altri bambini sputare via proiettili conici dalle cerbottane o pisciare negli angoli di condomini periferici. Un’altra vecchia li osservava lubrica maledicendone l’urgenza incivile.
Se avesse sentito la necessità di scaricarsi, l’avrebbe fatto all’aria aperta, sentendo un brivido attraversare i genitali, riscoprendo nel contatto del mondo col suo corpo, il corpo. Un corpo infantile, spalancato.

XXVII.
Cembri e alghe dai cembri.
Penzolavano quegli straccetti maleodoranti
mentre il sentiero incontrava nuove pendenze, iniziava un saliscendi
tra conglomerati e stratificazioni,
una nuova configurazione minerale conformava il paesaggio.
Lui aveva freddo ma camminava
assecondando ogni frazione del suo cammino
ogni deviazione, ogni curva.
L’atmosfera fossile rifletteva il mutamento del suo modo di percepire
per cui gli eventi, il prima e il dopo, erano ricordi, in una specie di ottundimento
incapace di formulare qualsiasi orientamento.
Sentiva incontenibile l’urgenza dell’ascesa,
anche il più piccolo ciottolo stabiliva il contatto con un mondo nuovo e allo stesso tempo familiare.
Si sentiva confortato dall’essere immerso nel suo stesso cammino.
Sentiva l’aria raffreddargli il corpo
traspirava
respirava
il futuro, la speranza di esserci per
sentire il corpo del mondo
portare con sé
la moltitudine dei suoi odori.

XXVIII.
La primavera aveva raggiunto la collina con la sua incerta speranza.
Era la frontiera di un nuovo inizio
più crudele nel suo pensiero nascente ma ormai distante dal crudele. Ricordava
altre urgenze, la cura di persone prossime e distanti.
Posò la penna dopo aver scritto tutta la notte di un novembre approssimativo. Non sapeva
descriverne il carattere dalla tenda montata lontano da casa, dalla parete, dal divano. C’erano sere
in cui risentiva il conforto di una dimora e sere in cui percepiva il vento e il cammino riprendeva, doveva riprendere per aprire varchi, compiere passi che non preludono al ritorno ma non lo ripudiano,
scarti che attivano desideri mentre lacrime spuntano sugli occhi dei pesci, tra le alghe e i cembri.

XIX.
Aveva disegnato i cembri e le alghe
in una pausa del cammino. Nell’altro presente, quello delle cure e dei presentimenti, dell’accudimento e delle condivisioni, risentì le voci appena all’esterno della casa, mentre attraversavano il cancello risalendo il corsello, mentre aspettava lo scatto della chiave. Ma non era solo, una neonata dormiva sul suo petto, era disteso sul divano e sentiva il calore espandersi sul torace, il respiro e il peso della testolina sempre meno sopportabile. La sollevò, le baciò le guance e la spostò sul divano. Disegnò la scena concentrato sul calore avvertito, dimenticando la porta d’ingresso.

XXX.
Riusciva
ad allontanarsi
ampliando il respiro
mentre si chiudeva l’ultimo lembo di atmosfera.
La terra s’incastrava tra le unghie,
il sole alto e bianco
sembrava pulsare
o erano i suoi occhi
che non mettevano a fuoco la figura.
La terra penetrava il cristallino
i segnali erano sempre più evidenti
non era l’originalità o il dominio degli strumenti,
nessuna deriva del linguaggio, i nuovi valori
sono vecchi, l’inizio nel tragitto, la nostra vita sul pianeta
si sviluppa, s’intreccia, soffre le potenzialità della presenza,
è la terra a incastrarsi nel cristallino, non il contrario
non l’evenienza, non l’accaduto.

XXXI.
Non era accaduto niente
la terra, il suono attutito della terra umida
i passi, il ritmo della terra.
Camminava col suo carico mentre i primi raggi cadevano sull’orizzonte brunito,
le stelle invisibili della rovina
ne sentiva le ultime intermittenze, i loro bagliori sonori
il resto era percepibile anche se nascosto, era nei primi riflessi che si arrendeva a essi
per raggiungerli come una casa.
Proseguiva al loro interno, dentro una nuova ombra, si arrendeva alla strana ospitalità senza dominio
piega dopo piega, crepa dopo crepa.

XXXII.
Saliva in un’alba velata
l’aria mite di dopo
si pensava solo con pochi
oggetti, la luce
del sole riflessa
sulle prime foglie
germogli nella meraviglia
negli intrecci, nei rami
il riflesso dell’alba.
Camminava, pellegrino
diretto a una meta senza contorni, nell’aria
vacua a rintracciare segnali, nessuna donna
enorme, nessun incubo.
Il sole al tramonto
si accampa per la notte
piove, chiede ospitalità
alla notte. I sentieri s’incrociano, rischia di smarrirsi, è in procinto di dormire.

XXXIII.
Iniziò a nevicare.
Quando il cielo si oscurò cadde
un improvviso silenzio.
Sulle colline invernali a stento percepiva
le pieghe di massi granitici.
Qui tutto è nuovo e diverso,
si disse, mentre pensava ad altre colline
disseminate di massi bianchi
in una terra riarsa e spaccata
come ossa calcinate
in un vasto deserto.
Cumuli d’oro dominavano
nei riflessi dell’alba
come sfiorati da una polvere
impalpabile. Il disco del sole
s’impennava e lui non desiderava andare
oltre, non c’era niente più in là del mondo in cui un giorno il mondo avrebbe potuto trasformarsi
e, chissà, sparire.
Tutto andava, ma non individualmente.
Fasci di luce mattutina scendevano come frecce dalle nubi e il sole
illuminava la superficie vitrea del mare.

XXXIV.
Niente poteva uguagliare
la lentezza di ciò che perdura.
Come quando nel sonno
ci accompagna la presenza
di un altro essere, di un essere amato.
«Qui è tutto vero e dura», dice,
s’interrompe l’opera del tempo.
Era riposato e di nuovo in cammino.

XXXV.
Tutto è nuovo nel cammino,
ha smesso di nevicare, un sottile
strato bianco copre la vegetazione.
Tra i cembri nuove piante oltrepassano
la pellicola bianca. Ogni confine
come la crepa distante e fuoriconfine
la sorpresa della contemplazione.
Sui propri passi percepiva ancora un panorama e a breve distanza la presenza di chi arriva, si accosta, accompagna, riparte.

XXXVI.
Fu così che ogni evento della vita non ebbe alcuna connessione con ciò che ci ostiniamo a chiamare reale.
Non esisteva uno strumento che potesse insinuare il dubbio di una falsificazione dei dati, perché non c’era nessun dato da raccogliere, era tutto nell’azione che aveva travalicato l’idea di speranza, la necessità di sopravvivenza, la paura di scomparire. Chi resterà saprà continuare oscillando nel cammino che è inizio e fine.

XXXVII.
L’uomo camminava verso il gelo.
Lo presentiva ma non ne era scoraggiato. Avvertiva la presenza di altri uomini, il paesaggio cambiava, non ricordava il tragitto. Una moltitudine di sentieri, cunicoli, il corsello, un cancello, la porta, scale, corridoi, il divano, la crepa, il residuo di un pensiero.
Fissava la ragnatela di linee disegnate dalla crepa.

XXXVIII.
L’oscurità era calata
abbracciando ogni ricordo,
tutto sembrava fissato
ogni immagine era il tassello
di un reale dispiegato.
Impercettibile aveva influenzato le sue scelte, si era lasciato influenzare dalle sue scelte, era stato contagiato dalla notte. Perdeva frazioni di vista, non c’era nulla dietro la crepa.
Potenza della visione che vede nel buio della materia, era stanco e una forza immane lo attraeva. Magnetismo di frammenti d’esistenza che attraversavano tasselli dell’altro, nel buio che tutto abbraccia.

XXXIX.
Infine decise di parlare. Iniziò dalla voglia di evadere. Sedette sul divano, la moglie e la figlia erano in piedi di fronte a lui. – Posso accendere?, disse la moglie riferendosi alla luce della sala. – Preferisco rimanere al buio, rispose.
Si accomodarono, la figlia raggiunse la finestra, appoggiò il gomito sul davanzale e osservò il cielo. Era buio ma non si vedevano stelle. I lampioni in strada accesi, nel corsello una coppia trascinava le borse della spesa. Erano tutti sul divano, la crepa sembrava essersi ristretta e non pulsava. Le sue parole risuonarono nell’atmosfera ovattata della casa. Parlò per più di mezz’ora delle sue esperienze oniriche, della capsula, del senso di solitudine tollerata, accettata come unica possibilità in un mondo privo di relazioni. Infine la voce s’interruppe. Cercò lo sguardo della donna ma vide quello di una bambina che aveva accudito. La sua voce risorse dal silenzio mentre l’immagine della neonata sfumava in un silenzio sempre più assoluto. Si asciugò il sudore che gli colava sugli occhi e dal letto dietro osservò il cielo.

XL.
Le stelle nella scia sbordano dal buio
e nel silenzio si apre una nuova visuale,
lo sfiorano altre scie e, in cammino, i paesaggi
del buio. La mano che si tende e accarezza
le superfici vitree. Dal sonno al sonno
avrà visto il bosco scatenare il suo giallo
e la valle cadere e abbandonare il suo chiarore
all’ombra della collina, alla sua ombra cha andava
silenziosa a immagini immobili. Avrà sfiorato
l’acqua nel cuore provando a estrarre terra
chiara. Niente è più superficie, solo un brodo
chiaro e tutta l’acqua, tutti i mostri sfilano
da epoche numerose, da crepe spalancate.
Chi cammina con lui nelle sere invernali,
nelle notti chi lo segue come l’alito di altri animali?
Siamo appoggiati alla nostra postazione,
ricominciamo a correre avvicinandoci
a uno stupore nascosto dietro l’archivio.
Visto poco. La sua ombra sfiora l’acqua,
è estate, milioni di cicale estraggono aquile di marmo
dal sonno imbottito di ali, inghiottito da onde
in una camera di piccoli specchi e stelle nere.
La ricordo così, rappresa, accartocciata su se stessa,
dormire tra mobili muffiti, bui, incastonati
in una clausura in cui tutto era ripiegato.
Dalle sue spalle curve il tempo riappare insopportabile,
dannato. Nessun peso i sogni i mostri suscitavano,
strisciavano, attiravano dentro la superficie, dentro.
In cammino nel bisogno, dentro la speranza
di un cambiamento, nel cambiamento avvenuto.
Ogni passo è un inizio, l’inizio. Cadde su una radice
senza linfa, attraverso i rami indifferenti nel buio,
tra mucchi stellari, tra corpi puliti, tra cani e gigli
e mani viola e ombra e un ruscello. Tra profumi eccellenti
e miseri si mosse e annusò il silenzio nel bagno di ombre.
Viaggiava. Il paesaggio si espandeva nei suoi occhi
che riflettevano il paesaggio. In un’esplosione di forme
radiali dalle quali si sentiva invaso attraversò gioia
e paura, un altro viaggio da cui sentirsi invaso.
Sul letto dietro la stanza, la collina e il riflesso,
dentro la casa, la capsula, lo schermo, il tuo sguardo
infine, sempre il tuo ultimo sguardo, infine.

Titoli di coda.



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La presente opera, denominata “Nuovo Inizio” non persegue alcuna finalità lucrativa.